| Il primo sabato di maggio, da ben sei anni, si svolge a Roma ed in tutte le principali metropoli del mondo (da New York a Tel Aviv, da Sydney a Buenos Aires) la “GIORNATA MONDIALE della CANAPA”. Forse qualcuno se lo sarà chiesto: perché attorno alla canapa, da decenni a questa parte, si è venuto a creare un movimento socioculturale che non esiste per nessuna altra “sostanza stupefacente”? Perché su internet esiste un motore di ricerca sugli argomenti relativi alla canapa (yahooka.com) più una serie di innumerevoli siti di antiproibizionismo sulla canapa? Perché esiste una giornata mondiale della canapa e non ne esistono per ogni altra pianta i cui estratti siano stupefacenti? Ve lo diciamo noi il perché. La non-verità o, se preferite, la nostra verità, è che a nessuno importa più di tanto di legalizzare la droga in quanto tale: abbiamo fumato di nascosto per più di 50 anni e nulla ci costa continuare a farlo, anzi il consumatore frequente è talmente abituato a nascondersi che anche al primo impatto con un coffee-shop olandese rulla con le mani sotto il tavolino. Quello che muove veramente queste manifestazioni è soprattutto una coscienza ecologista, che trova la sua ragion di essere in tutti i possibili utilizzi della pianta ad impatto ambientale basso o nullo, in netta contrapposizione con la cultura del petrolio nella quale siamo cresciuti e che ci è stata imposta verso la metà degli anni trenta con una tale maestria che quasi nessuno se n’è accorto. Misteriosamente proprio in quegli anni la canapa passava da importante risorsa agricola ad assassina della gioventù.
Ma come è successo che la logica del profitto ha vinto sul buonsenso? Bisogna innanzitutto tenere presente che tra gli anni 1920 e 1930, in America, i magnati dell’industria degli armamenti raggiunsero le più alte sfere del potere, grazie anche ai profitti portati dalla prima guerra mondiale. Parliamo in particolare di Dupont e dell’omonima azienda la quale da sola fornì quasi la metà delle munizioni utilizzate durante il conflitto. Con i ricavi degli armamenti la Dupont investì più di ogni altra azienda sulle ricerche scientifiche atte a ricavare fibra tessile dal petrolio, ricerche che portarono nel 1937 all’invenzione del NYLON. Il procedimento chimico necessario a ricavare fibre tessili sintetiche dal petrolio è in buona parte simile a quello per la produzione di esplosivi e munizioni; capirete che per la Dupont fu oltremodo economico riconvertire alcune delle sue fabbriche in modo che producessero calze e tele in fibra sintetica; il tutto negli stessi stabilimenti dove solo alcuni anni prima venivano costruiti armamenti e munizioni. Secondo il direttore generale della Dupont l’invenzione della plastica e delle fibre sintetiche sarebbe servita a “preservare le risorse della natura” (Popular Mechanics - 1939) in modo che restassero inutilizzate o salvaguardate (dipende dai punti di vista, a quanto pare). Il tutto senza calcolare che il mondo si sarebbe riempito di rifiuti plastici. Bisogna tener presente che l’alternativa ecologica alla fibra di nylon poteva essere la canapa, il cui potenziale era ben noto ai chimici della Dupont, che precedentemente ne usavano tonnellate per la produzione di dinamite e tritolo. A voler essere precisi bisogna specificare che grazie all’altissimo contenuto di cellulosa e ad altri particolari tecnici che non sto qui a spiegarvi per ovvie ragioni di spazio, la canapa è in grado di sostituire praticamente tutti i derivati del petrolio, dalla plastica, ai carburanti, ai cosmetici (nei quali si presenta col nome di “petrolatum” oppure “mineral oil” o anche “paraffinum liquidum”), alle vernici ed altro ancora, con l’enorme vantaggio che, trattandosi di materiale vegetale, i derivati della canapa sono biodegradabili e quindi a bassissimo impatto ambientale. Se, detto questo, si aggiunge ancora che il principale finanziatore della Dupont era Andrew Mellon della “Mellon Bank” di Pittsburgh, il quale da ministro delle finanze del presidente Hoover nominò come direttore del dipartimento di stato per le droghe e gli stupefacenti il futuro marito di sua nipote, Harry Aslinger, che rimase in carica per 31 anni consecutivi, diventa palese come questa vituperata pianta sia semplicemente vittima di uno dei più abbietti casi di nepotismo a scopo di lucro. Ci teniamo ad aggiungere che questa allegra combriccola aveva un ulteriore alleato: William Randolph Hearst, della “Hearst Paper Manufactoring Division”, ovvero il proprietario della più estesa ed importante catena di quotidiani degli Stati Uniti e contemporaneamente il maggior produttore di carta fabbricata tramite processi petrolchimici con il legno dei suoi semisconfinati possedimenti terrieri in Canada e USA. Hearst si impegnò già dal 1916 a screditare la canapa in tutti i modi e su tutti i suoi giornali, in concomitanza con una campagna di stampo razzista nei confronti degli immigrati messicani rei di avere occupato 2000 ettari di terreni di sua proprietà. I giornali di Hearst iniziarono pubblicando per giorni sulle prime pagine incidenti stradali che avevano per protagonisti messicani e non,tra i cui effetti personali fossero stati trovati spinelli. Furono tralasciati mediaticamente le centinaia di altri incidenti causati dall’alcool e, rubando allo slang messicano il termine marijuana, si fece in modo di impedire che il pubblico associasse il tutto alla canapa, una pianta usata da millenni e diffusissima anche negli States, tra i primi produttori mondiali negli anni 20 e 30 (non dimentichiamo che la costituzione americana è scritta su carta di canapa e che George Washington ne era uno dei maggiori coltivatori dell’epoca). L’ opera di disinformazione effettuata dai media ebbe un tale successo che a tutt’oggi la maggior parte della gente non sa che il tessuto di canapa, famoso per qualità e resistenza, viene dal fusto della stessa pianta i cui fiori vengono fumati a scopo medico e ludico. La sua opera di disinformazione risultò così efficace che quando il suo “compagno di merende” Aslinger presentò al governo il progetto di legge che proibiva l’uso, il consumo, la detenzione e l’importazione di “marijuana” quasi nessuno aveva capito che si trattava della cara vecchia canapa. Una volta proibita rallentarono tutte le ricerche scientifiche che stavano portando alla scoperta degli usi terapeutici dei cannabinoidi (cioè del principio attivo della canapa). Il dottor William Woodward, che era medico, avvocato e rappresentante dell’Associazione Medica Americana, si oppose violentemente al progetto di legge ma fu osteggiato dal fido lacchè Aslinger. Questi con un colpo basso da manuale riferì, nel momento della discussione e votazione della legge, che l’A.M.A. era d’accordo con il suo dipartimento, occultando i fascicoli di Woodward e portando a compimento una delle più colossali menzogne ordite dalle lobbies politico-economiche. L’illegalizzazione della canapa diventò realtà: era il settembre del 1937. Da allora la disinformazione sulla canapa ha fatto passi da gigante mentre al contrario la contro informazione, quella lontana dai giochi di potere, è ancora agli esordi, debole e un po’ precaria. L’informazione, in quanto tale, non esiste più, forse anche per colpa di William Randolph Hearst. Nulla ci potrà però comunque negare il diritto a lottare per quello in cui crediamo, come afferma anche la Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Tra l’altro, che ci crediate o no, è scritta anch’essa su carta di canapa. Cristina Marino |